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4 août 2009

Ugo Foscolo, odio e ode a Bonaparte !


Niccolò Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Turnham Green, Londra, 10 settembre 1827), il poeta e scrittore italiano, uno dei principali letterati del Neoclassicismo e del Preromanticismo é stato, pochi lo sanno, un fervore difensore di Napoleone. La discesa del giovane Generale in Italia accende l’entusiasmo politico del poeta, che si impegna per la causa rivoluzionaria. Quando Napoleone cede Venezia all’ Austria con il Trattato di Campoformio (1797), la delusione di Foscolo è grande. Continuerà a seguire gli eserciti Napoleonici, ma il suo atteggiamento diventerà sempre più antifrancese. Tuttavia, pur avversando il dispotismo Napoleonico, Foscolo ne comprende l’importanza storica e riconosce la sua funzione nel merito di aver svegliato in Italia la coscienza nazionale e l’ansia di libertà. A Napoleone Bonaparte liberatore è la prima ode scritta dal giovane Foscolo che venne stampata verso la fine del 1799 durante l'assedio di Genova. Premessa all'ode vi era una lettera dedicatoria rivolta al Primo Console, nella quale il poeta lo esortava ad accorrere in aiuto agli italiani e a non lasciarsi tentare dalle seduzioni della tirannide (v. sotto).

L'ode è composta da nove strofe, ciascuna di ventisei versi, endecasillabi e settenari. Nell'ode viene invocata la dea Libertà che è fuggita da Roma al tempo della tirannia, perché ispiri il poeta in questo felice momento, in cui non viene più considerato un delitto dire la verità. La dea giunge in Italia inneggiata dal canto dei combattenti, tra i quali uno sfodera la spada e, preceduto dalla Gloria e seguito dalla Vittoria e dalla Fama, fa strage. Il poeta si chiede che cosa ha spinto la dea a giungere in Italia, che una volta era regina ed ora è schiava, da riva straniera. Roma, dice il poeta, ha assistito al rovesciamento dei troni, ha visto insediarsi nuovi Neroni e nuovi imperi costruiti sulle stragi, sulla violenza e il peccato fino a quando Dio disse "non più!". Ma l'Italia non si è liberata dai livori e dalla schiavitù e Roma e Firenze invocano la libertà, mentre le altre regioni si dilaniano nelle lotte interne e Torino tenta inutilmente di liberarsi dalla prigionia. Ma la Libertà chiama alle armi e infonde forza al suo giovane eroe che abbatte ogni ostacolo e così dalla Francia si diffonde ovunque il nome "Libertà". Mentre l'Italia brucia nella guerra e la Germania è pronta a spiccare il suo volo rapace, essa viene vinta e il novello guerriero, incitando e vincendo, occupa il suolo alemanno e doma la pontificia Roma portando la Libertà all'Italia che, non più soffocata dalla tirannide, vive serena retta da buone leggi godendo nuovamente di ricca agricoltura e di commercio. L'ode termina con un invito alla Virtù, perché non esiste Libertà né amor patrio senza di essa e lo straniero è sempre in agguato.



A BONAPARTE.

Genova, 5 agghiacciatore, anno VIII.


Io ti dedicava questa Oda quando tu, vinte dodici giornate e venticinque combattimenti, espugnate dieci fortezze, conquistate otto provincie, riportate centocinquanta insegne, quattrocento cannoni e centomila prigionieri, annientati cinque eserciti, disarmato il re sardo, atterrito Ferdinando IV, umiliato Pio VI, rovesciato due antiche repubbliche, e forzato l'imperatore alla tregua, davi pace a’ nemici, costituzione all'Italia, e onnipotenza al popolo francese. Ed ora pur te la dedico non per lusingarti col suono delle tue gesta, ma per mostrarti col paragone la miseria di questa Italia che giustamente aspetta restaurata la libertà da chi primo la fondò. Possa io intuonare di nuovo il canto della vittoria quando tu tornerai a passare le Alpi, a vedere, ed a vincere! Vero è che, più che della tua lontananza, la nostra rovina è colpa degli uomini guasti dall'antico servaggio e dalla nuova licenza. Ma poichè la nostra salute sta nelle mani di un conquistatore; ed è vero pur troppo che il fondatore di una repubblica deve essere un despota, noi e per i tuoi beneficj, o pel tuo Genio che sovrasta tutti gli altri dell’età nostra siamo in dovere di invocarti, e tu in dovere di soccorrerci non solo perchè partecipi del sangue italiano, e la rivoluzione d'Italia è opera tua, ma per fare che i secoli tacciano di quel Trattato che trafficò la mia patria, insospettì le nazioni, e scemò dignità ai tuo nome.
E’ pare che la tua fortuna, la tua fama, e la tua virtù te ne abbiano in tempo aperto il campo. Tu stai sopra un seggio donde e col braccio o col senno puoi restituire libertà a noi, prosperità e fede alla tua Repubblica, e pace all'Europa.

Pure nè per te glorioso, nè per me onesto sarebbe s'io adesso non t'offerissi che versi di laude. Tu se’ omai più grande per i tuoi fatti che per gli altrui detti: nè a te quindi s’aggiugnerebbe elogio, nè a me altro verrebbe tranne la taccia di adulatore. Onde t'invierò un consiglio, che essendo da te liberalmente accolto, mostrerai che non sono sempre insociabili virtù e potenza, e che io, quantunque oscurissimo, sono degno di laudarti, perchè so dirti fermamente la verità.
Uomo tu sei e mortale e nato in tempi ove la universale scelleratezza sommi ostacoli frappone alle magnanime imprese, e potentissimi incitamenti al mal fare. Quindi o il sentimento della tua superiorità, o la conoscenza del comune avvilimento potrebbero trarti forse a cosa che tu stesso abborri. Nè Cesare prima di passare il Rubicone ambiva alla dittatura del mondo.
Anche negli infelicissimi tempi le grandi rivoluzioni destano feroci petti ed altissimi ingegni. Che se tu aspirando al supremo potere sdegni generosamente i primi, aspirando alla immortalità, il che è più degno delle sublimi anime, rispetterai i secondi. Avrà il nostro secolo un Tacito, il quale commetterà la tua sentenza alla severa posterità. Salute.



UGO FOSCOLO.




29 juillet 2009

République Cisalpine, en attendant l'unification...

Avant de devenir une République, l'Italie aura traversé différentes étapes et un long processus d'unification. La République cisalpine, fondamentale dans l'histoire de l'Italie, est une «république sœur» créée le 27 juin 1797 par le général Bonaparte, par la réunion des républiques cispadane et transpadane. Elle prit le nom de République italienne le 26 janvier 1802, puis de Royaume d'Italie le 17 mars 1805. Après avoir battu les alliés Autrichiens et Sardes et imposé l'Armistice de Cherasco (28 avril 1796), le Général Bonaparte décide de donner son empreinte au paysage politique de l'Italie. Il crée au nord du Pô la république transpadane et au sud du Pô la république cispadane. Le 29 juin 1797, ces deux républiques s'unissent pour devenir la République cisalpine, à laquelle Brescia, Mantoue, Ferrare et la Romagne s'unirent plus tard. La nouvelle république s'agrandit encore, le 22 octobre 1797, de la Valteline et des comtés de Chiavenna et Bormio. Cette république, avec Milan pour capitale, est "calquée" sur le modèle français. Elle est dirigée par un directoire composé de cinq membres assisté d'un Grand Conseil. Un traité signé le 21 février 1798 impose à la république l'entretien d'une armée française de 25 000 hommes, d'une armée nationale de 22 000 hommes et le versement de 18 millions. L'Autriche, par le traité de Campoformio (17 octobre 1797) reconnait la République cisalpine et obtient en échange les débris de la république vénitienne, née le 29 juin 1797. La République cisalpine disparait au printemps 1799 lorsque Milan fut reprise par les Austro-Russes. Le territoire est divisé en départements, comme en France. Les électeurs élisent deux conseils : celui des Séniors et celui des Juniors. Le premier est composé 40 à 60 membres et a pour rôle l'approbation des lois et de promouvoir d'éventuelles variations de la charte constitutionnelle, le second est formée de 50 à 120 membres et a la fonction de proposer les lois. Le directoire est formé de cinq ministres et représente le pouvoir exécutif. L'autorité suprême reste au commandant des troupes françaises en Lombardie. A noter l'adoption du calendrier français. Le 8 juillet 1797 la constitution cisalpine est adoptée, modelée sur celle française de 1795. Le directoire local est occupé par des hommes politiques  tels que Serbelloni et Melzi d'Eril, alors que dans le corps législatif sont nommés des personnages comme Pietro Verri et Giuseppe Parini et des scientifiques comme Alessandro Volta et Lorenzo Mascheroni. Au cours de la deuxième campagne d'Italie, la république cisalpine est dissoute après la défaite du général Moreau à Cassano d'Adda par les armées austro-russes. La coalition entre dans Milan le 28 avril 1799. Mais la victoire de Marengo le 14 juin 1800 permet à la république cisalpine d'etre restaurée. Le traité de Lunéville (9 février 1801) fixe sa frontière orientale sur l'Adige. Renommée République italienne le 26 janvier 1802, Bonaparte se fait proclamer président à la consulte de Lyon, Francesco Melzi d'Eril étant vice-président. L'objectif de Melzi est de se libérer de la présence napoléonienne pour unir la péninsule. Melzi d'Eril est entouré d'hommes fidèles tels que Ferdinando Marescalchi, Giuseppe Prina et Alessandro Trivulzi, mais il doit subir les attaques de Murat, qui commande de l'armée française en Italie et fait tout pour le discréditer auprès de Napoléon. La Cisalpine espère alors s'agrandir à l'ouest, du côté du Piémont et de l'État de Parme, Plaisance et Guastalla. Le Premier Consul français en décide autrement et décrète l'annexion du Piémont (11 septembre 1802) et de Parme (9 octobre), puis du Latium, de l'Ombrie et de la côte tyrrhénienne à la France. La république cisalpine, devenue république italienne, prend fin le 18 mars 1805 lorsque Napoléon proclame le Royaume d'Italie après avoir été couronné empereur. Il en devient roi, avec Eugène de Beauharnais pour vice-roi. Le royaume subsiste jusqu'à la révolte de la fin avril 1814, le vice-roi Eugène de Beauharnais renonçant alors à succéder à Napoléon. En avril 1815, le roi de Naples, Joachim Murat, prenant la tête d'une armée de libération de l'Italie, réoccupe les parties méridionales et centrales de l'ancien royaume d'Italie. Mais dès le mois suivant, après la défaite de ses armées à Tolentino (2-3 mai 1815), Murat est obligé de se retirer dans son royaume, qu'il doit lui aussi quitter le 25 mai pour rejoindre la France.La république cisalpine hérite des couleurs de la république cispadane, le vert, le blanc et le rouge, née des idées jacobines et napoléoniennes. Tout changera à la restauration, mais le processus d'unification est irrémédiablement enclenché.


2 avril 2009

Proclamation de Cherasco


Proclamation à l’armée d’Italie de Napoléon Bonaparte, après les premières semaines de campagne et l’armistice signé avec le Piémont. Elle est datée du 26 avril 1796, et constitue la première proclamation à cette armée, la proclamation de mars 1796 étant probablement un résumé de diverses allocutions


Quartier général, Cherasco, 7 floréal an IV.

Soldats, vous avez en quinze jours remporté 6 victoires, pris 21 drapeaux, 55 pièces de canon, plusieurs places fortes, conquis la partie la plus riche du Piémont ; vous avez fait 17 000 prisonniers, tué ou blessé plus de 10 000 hommes.

Vous vous étiez jusqu'ici battus pour des rochers stériles, illustrés par votre courage, mais inutiles à la patrie ; vous égalez aujourd'hui, par vos services, l'armée de Hollande et du Rhin. Dénués de tout, vous avez suppléé à tout.

Vous avez gagné des batailles sans canons, passé des rivières sans ponts, fait des marches forcées sans souliers, bivouaqué sans eau de vie, souvent sans pain. Les phalanges républicaines, les soldats de la liberté étaient seuls capables de souffrir ce que vous avez souffert. Grâces vous en soient rendues, soldats !

La patrie reconnaissante vous devra sa prospérité ; et si vainqueurs de Toulon, vous présageâtes l'immortelle campagne de 1794, vos victoires actuelles en présagent une plus belle encore. Les deux armées qui, naguère vous attaquaient avec audace, fuient épouvantées devant vous : les hommes pervers qui riaient de votre misère et se réjouissaient dans leur pensée des triomphes de vos ennemis sont confondus et tremblants.

Mais, soldats, vous n'avez rien fait puisqu'il vous reste encore à faire. Ni Turin ni Milan ne sont à vous ; les cendres des vainqueurs de Tarquin sont encore foulées par les assassins de Basseville. Vous étiez dénués de tout au commencement de la campagne ; vous êtes aujourd'hui abondamment pourvus : les magasins pris à vos ennemis sont nombreux ; l'artillerie de siège et de campagne est arrivée.
Soldats, la patrie a droit d'attendre de vous de grandes choses ; justifierez-vous son attente ? Les plus grands obstacles sont franchis, sans doute ; mais vous avez encore des combats à livrer, des villes à prendre, des rivières à passer. En est-il entre vous dont le courage s'amollisse ? En est-il qui préféreraient retourner sur les sommets de l'Apennin et des Alpes, essuyer patiemment les injures de cette soldatesque esclave ?

Non, il n'en est point parmi les vainqueurs de Montenotte, de Dego et de Mondovi.

Tous brûlent de porter au loin la gloire du peuple français ; tous veulent humilier les rois orgueilleux qui osaient méditer de nous donner des fers ; tous veulent dicter une paix glorieuse et qui indemnise la patrie des sacrifices immenses qu'elle a faits ; tous veulent, en rentrant dans leurs villages, pouvoir dire avec fierté : « J'étais de l'armée conquérante de l'Italie ! »

Ainsi, je vous la promets cette conquête ; mais il est une condition que vous jurez de remplir : c'est de respecter les peuples que vous délivrez, c'est de réprimer les pillages horribles auxquels se portent des scélérats suscités par vos ennemis. Sans cela, vous ne seriez pas les libérateurs des peuples, vous en seriez les fléaux ; vous ne seriez pas l'honneur du peuple français, il vous désavouerait. Vos victoires, votre courage, vos succès, le sang de vos frères morts au combat, tout serait perdu, même l'honneur et la gloire.

Quant à moi et aux généraux qui ont votre confiance, nous rougirions de commander à une armée sans discipline, sans frein, qui ne connaîtrait de loi que la force. Mais, investi de l'autorité nationale, fort de la justice et par la loi, je saurai faire respecter à ce petit nombre d'hommes sans courage et sans cœur les lois de l'humanité et de l'honneur qu'ils foulent aux pieds. Je ne souffrirai pas que ces brigands souillent vos lauriers ; je ferai exécuter à la rigueur le règlement que j'ai fait mettre à l'ordre.

Les pillards seront impitoyablement fusillés ; déjà, plusieurs l'ont été : j'ai eu lieu de remarquer avec plaisir l'empressement avec lequel les bons soldats de l'armée se sont portés pour faire exécuter les ordres. Peuples de l'Italie, l'armée française vient pour rompre vos chaînes ; le peuple français est l'ami de tous les peuples ; venez avec confiance au-devant d'elle ; vos propriétés, votre religion et vos usages seront respectés.

Nous faisons la guerre en ennemis généreux et nous n'en voulons qu'aux tyrans qui vous asservissent.